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IntroduzioneLa presenza in Italia di popolazioni originarie del mondo islamico è abbastanza recente, fatta eccezione per i gruppi (prevalentemente palestinesi, libici ed iraniani) che giunsero nel nostro paese intorno alla metà degli anni '70. Definire e quantificare la presenza musulmana in Italia è un compito che pone non pochi problemi: innanzitutto la definizione stessa di musulmano (di nascita? di famiglia? per adesione personale?) e poi la condizione di clandestinità in cui molti vivono. Questo è uno dei problemi più interessanti: l'analisi della dimensione musulmana in Italia non può prescindere da quella del fenomeno dell'immigrazione, clandestina e non. (Il censimento della popolazione musulmana in Italia non è ancora attuato: le stime recenti parlano di circa 650.000 musulmani in regola con i documenti). Alla clandestinità si aggiunge il forte fattore di mobilità delle comunità islamiche, a prevalenza maschile, che si spostano in relazione alle occasioni di lavoro, (per la maggior parte dei casi) lavoro nero. L’Islam è la seconda religione in Italia[1], contando su circa 130 moschee ufficiali, 123 centri culturali, 50.000 ragazzi e bambini già iscritti nelle scuole statali. Queste, inoltre, sono tutte cifre in ascesa, per il flusso continuo di nuovi arrivi dall’estero (in cima alla lista il Marocco con il 31% degli immigrati musulmani; poi l’Albania con il 15,8%, e la Tunisia con l’11%) e anche per l’aumento dei convertiti italiani, forse oltre 10.000, quasi sempre donne conquistate da Allah per via di un matrimonio misto[2]. Tre sono i fattori determinanti per la situazione delle comunità islamiche: 1. i ricongiungimenti familiari; 2. le importanti migrazioni di musulmani dai Balcani e dall'India; 3. l’aumento del lavoro nero stagionale. Ogni genere di definizione univoca non può che essere fuorviante, considerata la diversità etnica, culturale e sociale dei musulmani in Italia. Inoltre, da regione a regione troviamo importanti variazioni nella tipologia d'insediamento degli stessi. Benché il riconoscimento ufficiale dell'Islam in quanto religione di alcuni cittadini italiani spetti allo Stato, in realtà sono gli organismi locali quelli con cui c'è la più intensa interazione. I livelli d'interazione sono quindi due: rispetto al riconoscimento delle organizzazioni musulmane nel contesto delle realtà locali, si può affermare che ci sia un buon inserimento, mentre a livello centrale la situazione è ancora in piena evoluzione. Parlare dell’Islam italiano non è facile: si tratta di una realtà in continua evoluzione. Innanzitutto, all’interno del generale fenomeno immigratorio, la componente islamica non raggiunge il milione di individui. Tra questi, molti sono non praticanti, non facendo quindi riferimento a moschee, gruppi o associazioni musulmane. Ve ne sono altri, invece, che si definiscono musulmani praticanti pur non frequentando, o facendolo sporadicamente, i luoghi di culto. Di fatto, in Occidente convivono più forme di Islam, riconducibili a tre differenti atteggiamenti: una fede vissuta interiormente da musulmani moderati, pacifici coabitatori dei nostri spazi cittadini, che auspicano l’integrazione, pur mantenendo salde le proprie radici; una ‘indifferenza’ ai legami della tradizione di provenienza, incurante di ogni espressione di religiosità; infine vi è la realtà dei ribelli, più aggressiva, quella che sente il bisogno di manifestazioni di religiosità pubblica, che richiede allo stato italiano di farsi carico del finanziamento di istituzioni islamiche, come scuole coraniche e moschee, e che non concede alternative alle scelte personali dei correligionari. La prima rappresenta la categoria più diffusa: in genere padri di famiglia impiegati nelle fabbriche del Nord Italia. La terza caratterizzazione dell’Islam ha, invece, varie sfaccettature e comprende anche tendenze più radicali. La maggior parte delle moschee, ad esempio, rappresenta un Islam di questo tipo, che sta affrontando molti problemi di adattamento alla società moderna. Lentamente le strutture pubbliche (ma anche aziende che consentono piccole pause agli immigrati musulmani per le preghiere) stanno prendendo atto della presenza islamica sul suolo italiano: complessi scolastici, carcerari, sanitari ed assistenziali si sono resi disponibili, in molte città, a permettere lo svolgimento delle pratiche rituali (preghiere, digiuno) e/o a rispettare alcuni precetti alimentari propri della religione musulmana (nell’ospedale torinese materno-infantile Sant’Anna-Regina Margherita, ad esempio, è stato pubblicato un libretto d’orientamento al servizio ospedaliero, educazione sanitaria, anche in lingua araba, indirizzato al pubblico extracomunitario che si trova di fronte al non sempre accessibile percorso sanitario italiano). Nelle carceri italiane, inoltre, dal dicembre 1998, il Ministero di Grazia e Giustizia ha autorizzato i musulmani detenuti a seguire il ramadan, accogliendo la richiesta dell’U.C.O.I.I. (Unione delle Comunità e Organizzazioni Islamiche in Italia) di garantire a tutti i reclusi di fede islamica la possibilità di rispettare le regole ed i ritmi del periodo del digiuno sacro. Sono anche autorizzate le preghiere comunitarie del Venerdì, precedute dalle abluzioni rituali. Anche a livello informativo, culturale, conoscitivo, le istituzioni pubbliche, da qualche anno, si stanno movendo: molti sono i corsi di lingua araba organizzati da comuni e regioni per i propri dipendenti che, nell’attività quotidiana, si trovano a comunicare con immigrati arabofoni.
LE CONVERSIONI Cercheremo di delineare brevemente alcuni tratti essenziali dei neo convertiti all’Islam nel nostro paese, procedimento essenziale per comprendere la percezione dell’Islam in Italia. Generalmente il convertito proviene da un’appartenenza religiosa cattolica, per lo più dovuta all’educazione in famiglia, ma che già abbia manifestato una crisi nella propria fede. I motivi che possono spingere alla conversione all’Islam possono essere molteplici: alcuni di tipo strumentale (matrimonio con appartenente alla religione islamica), opportunistico (per raggiungere un obiettivo politico o sociale), spontaneo, da contatto (per avere intrapreso un viaggio in paesi musulmani ed averne subito il fascino o per essere venuti a contatto con colonie di immigrati).[3] Solo una piccola parte dei convertiti si può riconoscere in una tipologia anomala: individui che riconoscono nella ummah (la comunità dei credenti) un microcosmo protetto, nel quale ricoprire un ruolo sociale, e soggetti predisposti a forme di religiosità violenta, che riconoscono nelle frange fondamentaliste dell’Islam l’occasione di emergere. La tipologia di convertiti più diffusa è quella che si rifà ad esperienze di vita che abbiano spinto al contatto con popolazioni di fede islamica: tale è l’esempio dei numerosi orientalisti, i quali in seguito al proprio studio e per aver conosciuto persone interessanti e motivate, si sono gradualmente convertiti all’Islam. In questo senso, molto sensibili sono quegli studiosi che necessitano del rapporto diretto per le proprie ricerche, come i sociologi, gli etnologi, ecc. Nel caso degli studiosi, la loro conversione sembra derivare da uno sforzo intellettuale individuale, e difficilmente, quindi, è collocabile in un fenomeno di massa, come quello che di recente interessa l’Europa. Nell’àmbito delle conversioni politiche, cui abbiamo accennato, è necessaria una precisazione: i convertiti che provengono da una formazione di destra, e che per lo più si rifanno all’esperienza di Guénon, prediligono alcuni aspetti della religione islamica, tra cui il tradizionalismo, la compenetrazione del pensiero religioso e politico e della reciproca sfera d’azione.[4] Agli intellettuali e militanti di sinistra, invece, dell’Islam piace il senso di uguaglianza proposto dal Profeta, il fatto che in genere gli aderenti alla fede islamica s’inseriscano tra le frange più povere ed emarginate della società, la polemica contro il modello consumistico occidentale. Tutta una trattazione a parte andrebbe riservata alla via mistica dell’Islam, il Sufismo, che sta raccogliendo numerosi adepti nel mondo contemporaneo (anche per un grande interesse da parte dell’editoria): i convertiti che si riconoscono in una confraternita mistica (Tariqa), si aprono all’Islam a due livelli, uno personale e l’altro iniziatico-collettivo. Nel caso del livello personale di adesione, l’adepto è spinto da un bisogno di rapporto più intimo con se stesso, di meditazione, e in genere si converte all’Islam dopo aver aderito alla confraternita (non collegando necessariamente i due momenti). A livello iniziatico-collettivo, invece, l’aspetto predominante è la confraternita come comunità gerarchicamente organizzata, nella quale il neofita stabilisce un rapporto intimo con il proprio maestro (aspetto non esclusivo dell’Islam). La particolarità dei neo convertiti all'Islam che mi preme sottolineare è il ruolo che essi svolgono come "collante-mediatore" tra l'Islam delle origini e degli immigrati e lo Stato in cui tali realtà s'inseriscono: nel caso specifico dell'Italia, il ruolo svolto dai convertiti all'Islam si gioca soprattutto nella produzione culturale (traduzioni del Corano, pubblicazione di riviste, siti Internet), ma significative sono anche le rappresentanze politiche e nell'àmbito delle Università entro le quali ci siano materie attinenti all'Islam e all'arabistica. "I convertiti sembrano mostrare una peculiare sensibilità per i rapporti con lo Stato: sia in termini di riconoscimento della presenza islamica (l'Intesa innanzitutto), sia in generale per il riconoscimento di una specificità islamica comunque definibile (statuto personale ecc.)".[5] L'aspetto appena evidenziato è fondamentale, perché rispecchia la realtà islamica nella maggior parte dei paesi europei: il ruolo dei convertiti s'inserisce nel fondamentale disegno di rinnovamento dell'Islam, che nella sua realtà europea si distacca dalla religione delle origini, pur non perdendo di vista lo scopo di islamizzare il mondo. L'Islam che si va propagando in Europa, e (come in Europa) nel nostro paese, sarà il frutto dell'incontro della dimensione arabo-islamica e della realtà autoctona. Nei paesi, quali Gran Bretagna e Francia, dove l'immigrazione di popolazioni musulmane risale a diversi anni fa, inaugurando spesso la seconda generazione per le famiglie di fede islamica, la dimensione d'interazione è molto più estesa e percepita con maggiore normalità.
I punti di contrastoMatrimonio. Non è la sola poligamia a rendere difficile l’integrazione di leggi occidentali e diritto islamico. Anzi, la possibilità di sposare fino a quattro mogli è sfruttata di rado dai musulmani. I problemi sorgono in caso di separazione: l’uomo, cui il Corano riconosce molti più diritti che alla donna, reclama la tutela dei figli, i beni materiali e via dicendo. I musulmani chiedono il riconoscimento degli effetti civili dei matrimoni, celebrati in Italia in accordo con i riti islamici, con trascrizione dell'atto relativo nei registri dello stato civile (resta ferma la facoltà di celebrare o sciogliere matrimoni religiosi senza alcun effetto o rilevanza civile secondo la legge e le tradizioni islamiche).
Tribunali, eredità. Dove vige la shari’a, l’Islam risente di un forte impianto maschilista. La carriera giudiziaria è possibile solo agli uomini. In tutti gli aspetti legali, inoltre, l’uomo ha un valore doppio rispetto alla donna (salvo alcuni complicati casi): in tribunale la testimonianza di un uomo è bilanciata solo da quella di due donne, nell’eredità l’uomo riceve il doppio della donna; la sanzione penale che si paga per l’omicidio di un uomo è due volte quella che tocca a chi ha ucciso una donna.
Chador. Il velo per le donne è molto diffuso nella cultura islamica. Il nome arabo è hijab, propriamente equivalente ad un foulard, che varia a seconda del paese d'origine di chi lo indossa. In Occidente si scontra con due ostacoli. Il primo, la scuola: in certi paesi, come la Francia, il velo è accettato con difficoltà, in quanto simbolo religioso incompatibile con la laicità dell’educazione. Secondo punto, i documenti ufficiali: è difficile accettare documenti di riconoscimento dove la faccia non si veda. I musulmani chiedono che sia concessa, alle donne musulmane che ne facciano richiesta, la possibilità di essere ritratte, nei documenti ufficiali, a capo coperto. Ma il problema è che il velo ha un forte valore simbolico (come la barba per gli uomini), nell'affermare la propria fede e nello stabilire un confine tra il musulmano e il non-musulmano. Rispetto a questo argomento le tendenze della popolazione musulmana sono tutt'altro che omogenee: molte donne lo indossano perché legate all'interpretazione tradizionalista dell'Islam, molte altre lo indossano solo in occasione della preghiera o in particolari occasioni comunitarie, mentre altre donne lo rifiutano, rifacendosi ad una visione più "modernista" dell'Islam.
Riposi e Ramadan. Accettare il venerdì festivo e l’osservanza delle feste musulmane, in molte situazioni, vorrebbe dire stravolgere il ritmo produttivo. Ma, quando non si tratta di fermare le macchine, accordi collettivi già riconoscono alcuni diritti. L'Islam ha prescrizioni che incidono anche sul lavoro, soprattutto i cinque momenti quotidiani della preghiera, il ramadan, la preghiera del venerdì e talune feste durante l'anno. In Italia il problema legato al momento della preghiera viene risolto a livello individuale e spesso incontra un atteggiamento malleabile da parte del datore di lavoro. Diverso è il problema per le donne, che spesso non possono accedere al posto di lavoro velate (sebbene, come abbiamo accennato, solo una parte delle donne musulmane scelga di indossare il velo).
Festa del sacrificio. Celebrata in ricordo del sacrificio mancato di Isacco da parte di Abramo, è tra le più importanti feste dell'Islam. Ma la liturgia prevede l'uccisione di animali, di solito sgozzati senza essere stati storditi, come esigono le leggi italiane sulla macellazione. Da qui le proteste degli animalisti.
Infibulazione. La mutilazione dei genitali femminili non è prescritta dal Corano, ma la sovrapposizione dell'Islam a certe tradizioni tribali ha fatto sì che il rituale s'identificasse con una pratica religiosa islamica. Anche in Occidente l'infibulazione viene praticata in ambulatori clandestini. Alcune proposte di legge sul tema sembrano aver subito un arresto, nonostante di recente sia stata avviata un'attiva campagna di solidarietà ed informazione, soprattutto tra le donne.
Scuola e Corano. I musulmani vorrebbero un'ora di religione islamica nelle scuole italiane. I regolamenti scolastici, oggi, prevedono solo di poterla inserire tra le "attività alternative" all'ora di religione, sempre previa autorizzazione del collegio dei docenti. Altro problema: le mense. Ma inserire un menù islamico è una questione di sensibilità, ed è per questo che in molte scuole questo già accade. I musulmani chiedono la creazione di scuole ed istituti islamici parificati e la possibilità di destinare l'8 per mille ad istituzioni islamiche (rispettando così l'obbligo della zakat, l'elemosina rituale).
Cimiteri. I musulmani reclamano spazi di sepoltura per i propri cari, come si usa già in molti cimiteri, che hanno riservato un'area ebraica. Il problema degli spazi però dipende da Comune a Comune.
Proselitismo. Le comunità islamiche chiedono allo stato italiano il diritto di professare e praticare liberamente la religione islamica in qualsiasi forma individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato ed in pubblico i riti ed il culto. A tal proposito, si richiede anche il riconoscimento delle guide-imam del culto islamico. Il problema della diffusione del messaggio religioso è alquanto spinoso e su di esso si è così espresso il Cardinale Martini: “La Chiesa cattolica non può rinunciare a proporre il Vangelo a chi ancora non lo possiede, come ai musulmani non viene chiesto di rinunciare al desiderio di allargare la loro umma, la comunità dei credenti. Ciò che conterà sarà lo stile, il modo, cioè quelle caratteristiche di rispetto e di amore, quello stile di attenzione e di desiderio di comunicare la gioia nella pace che è proprio di chi accetta le Beatitudini. Questo stile non è senza riscontri anche nel mondo dell’Islam. Si legge infatti nel Corano chiama gli uomini alla via del Signore, con saggi ammonimenti e buoni, e discuti con loro nel modo migliore”.[6]
Rispetto a questi problemi spinosi, lo storico Franco Cardini afferma: "Bisogna spostare i motivi di attrito tra noi ed i musulmani, razionalizzandoli. E tenendo presente che certe loro tradizioni, legate alla religione ma non solo, andrebbero considerate più o meno come abitudini che ha ognuno di noi: ad esempio mangiare solo certi cibi e non altri." In effetti, come abbiamo cercato di spiegare, le difficoltà d'integrazione delle popolazioni musulmane si devono per lo più ad una parziale conoscenza della religione islamica, non solo nell'essenza dei suoi precetti, ma soprattutto nella sua forma attuale.
INTRODUZIONE ALLA BIBLIOGRAFIA La maggior parte di testi tradotti riguarda la storia dell’Islam e la diffusione del messaggio profetico. Un’altra buona parte di testi si occupa dell’Islam come fenomeno politico ed una restante parte, forse quella più diffusa, si occupa dell’immensa produzione letteraria mediorientale. Mentre nei primi anni del secolo la maggior parte delle traduzioni riguardava l’Islam come fenomeno culturale e religioso e trovava spazio in ambienti quasi esclusivamente accademici, attualmente (dalla seconda metà del secolo) l’interesse nei confronti delle popolazioni mediorientali e della religione islamica si è rivolto ad un più vasto pubblico. Il fenomeno della diffusione di materiale informativo sull’Islam in quel preciso momento storico può molto probabilmente ricondursi alla vivace attività coloniale del tempo, accompagnandosi ad un’intensificazione del fascino dell’esotico. La bibliografia che segue vuol essere un utile strumento di lavoro considerando la religione islamica in tutti i suoi aspetti: quello di religione sempre attuale, quello di fenomeno culturale particolarmente vivace nel nostro paese, quello di fenomeno politico di eco internazionale. Una sezione abbastanza vasta è dedicata all’elencazione dei siti che si occupano della diffusione del messaggio coranico, ma esclusivamente in lingua italiana (anche attraverso la rete si può indagare la percezione del fenomeno islamico in Italia, sia per i diretti interessati, sia per i loro osservatori).
La bibliografia ha fatto emergere i seguenti dati: · Dagli anni ’80 e inizio anni ’90 si assiste ad una maggiore attenzione verso problematiche sociali legate all’Islam e al connesso tema dell’immigrazione (clandestina e non). · Gli studi accademici sono sempre stati abbastanza vivaci, indirizzandosi per lo più verso traduzioni letterarie e opere classiche. · Il nascere di molti siti legati all’Islam, sia di propaganda che di commento. · Il predominare del fenomeno delle conversioni, ma anche dell’integrazione sociale, delle comunità musulmane in prevalenza nel Nord Italia. · Maggiori interrogativi sul dialogo inter-religioso, in seno alla Chiesa in particolar modo, ma anche a livello più capillare. [1] “Quando si dice che l’Islam è la seconda religione presente in un certo paese, non significa necessariamente che si tratta della seconda religione praticata dai cittadini. Questo perché la maggioranza dei musulmani è composta tuttora, almeno in alcuni paesi europei, da immigrati che non godono ancora dello status di cittadino.” ( S. Allievi, I nuovi musulmani, Edizioni Lavoro, Roma, 1999, pag. 17). [2] La conversione all’Islam è obbligatoria per un uomo che voglia sposare una donna musulmana, e questo è alla base di molte conversioni nei paesi occidentali. Per un’esauriente descrizione dei fenomeni della conversione all’Islam in Italia, si consiglia di consultare il volume di S. Allievi, citato nella nota precedente, al § “Alcuni dati”, pag. 40. [3] Sull’argomento cfr. S. Allievi, I nuovi musulmani, i convertiti all’Islam, Edizioni Lavoro, Roma, 1999. [4] René Guénon, grande intellettuale, studioso di tradizioni ed esoterismo, si recò in Egitto per i propri studi e vi rimase per tutta la vita. Lì, cominciò il suo processo alla conversione all’Islam. [5] S. Allievi, op. cit., pag. 217.
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