|
|
|
|
IntroduzioneL’idea di una bibliografia comprendente testi italiani che abbiano per argomento l’Australia (oltre a testi di autori australiani in traduzione), nasce dall’osservazione della presenza, in Italia, di una quantità inaspettata di questo tipo di pubblicazioni. Al fine di permetterne una migliore comprensione, le fonti della presente bibliografia sono state suddivise in sei sezioni: Religione e cultura degli aborigeni australiani; Esotismo e incontro con l’altro; Romanzi e poesie; Studi italiani sulla letteratura australiana; Riviste, congressi e articoli; Documentari e video; Siti Internet. Da una prima osservazione del materiale raccolto risulta come la pubblicazione della produzione letteraria riguardi non solo testi di narrativa, ma anche una discreta quantità di raccolte di poesia, molte delle quali si ispirano al mondo aborigeno. D’altra parte, anche all’interno dei testi filmici si può notare una certa attenzione per il mondo dell’alterità culturale. Si rileva, inoltre, una discreta presenza di siti Internet italiani concernenti l’Australia: il pubblico virtuale sembra diventare sempre più numeroso, rendendo difficile una catalogazione dei siti che risulti costantemente aggiornata. Vario e complesso è l’interesse che un paese come l’Australia riesce a suscitare. Quello che è stato ribattezzato con il nome di “nuovissimo continente” è infatti un paese che, proprio a causa della sua complessa storia nazionale, presenta in sé stesso, e nella propria società multietnica, una serie di dicotomie e contraddizioni che non sempre sono facilmente superabili. La storia dell’Australia, come colonia occidentale, si fa generalmente iniziare nel 1770 con lo sbarco del capitano Cook sulle coste di Botany Bay, al largo dell’attuale Sydney. Eppure l’Australia ha una storia che si può rimandare molto più indietro nel tempo, una storia che si collega al popolo degli aborigeni australiani, che la ha abitata per più di 40.000 anni. Secondo la cultura aborigena, tutte le cose sarebbero state create durante un tempo mitologico noto con il nome di “Tempo del sogno”. In quel tempo gli antenati mitologici avrebbero dato vita alle cose con il loro canto e avrebbero lasciato le tracce del proprio passaggio sulla terra attraverso quelle che erano chiamate “Piste del sogno”: percorsi sempre uguali a sé stessi, lungo i quali le numerose tribù aborigene si muovevano incessantemente in un viaggio che durava tutta la vita. Forse proprio a quelle piste del sogno, ossia a quel mistero legato al concetto di uno stile di vita nomadico, può ricollegarsi l’interesse del mondo occidentale nel confronti dell’Australia. Il mistero dell’alterità dunque, ma anche la possibilità di una scelta di vita “alternativa”, legata alla natura e al rispetto per ogni forma di vita, la nascita di una nuova spiritualità, o la una ricerca di altre verità: sono tante le ragioni che potrebbero giustificare lo sviluppo di una produzione, che non è esclusivamente letteraria. Questo tipo di spiegazione, tra l’altro, giustificherebbe il successo di testi come quello di Bruce Chatwin, autore de Le vie dei canti, un libro nel quale lo scrittore rivisita quella stessa cultura aborigena che per molti anni era stata messa da parte dal mondo occidentale. Se Chatwin diventa famoso proprio per aver incarnato il simbolo del moderno viaggiatore occidentale, allora bisognerà considerare anche che, nella sua riscoperta della cultura aborigena, lo scrittore viaggia portando con sé tutte le barriere culturali del mondo da cui egli stesso proviene, sicché il suo incontro con “l’altro” diventa il riflesso di un’idea tutta occidentale. Nomadismo diventa sinonimo di fuga dalla realtà, e l’altro si permea di un’aura di esotismo che non gli è propria. In questo senso il concetto di Via del Canto, che pure parte dal mondo aborigeno, perde progressivamente il proprio contenuto iniziale per allargarsi ad un discorso più ampio sul nomadismo. Quest’ultimo, infatti, cessa di essere uno spostamento incontrollato determinato dalla mancanza di radici fisse, e diventa un fenomeno che Chatwin propone addirittura come alternativa allo stile di vita stanziale. In quanto tale, dunque, la condizione nomadica non verrà più necessariamente connotata in maniera negativa, poiché essa diventerà addirittura una scelta di vita. In questa prospettiva le Vie dei Canti non ingloberanno più solo le Piste del Sogno aborigene, bensì tutte le tappe del viaggio di coloro che – nomadi e non – subiscono il fascino dell’irrequietezza del viaggiatore. Il viaggio diventa il modo migliore per entrare più profondamente in rapporto con sé stessi tramite un nuovo e riscoperto contatto che si instaura con la terra. In questa particolare visione del viaggio, e in questa reinterpretazione in chiave positiva del nomadismo, il concetto di stanzialità assume un valore maggiormente definito. Essa non sarà più solo il simbolo della morte, ma arriverà a rappresentare la morte dello spirito. Senza rinnovare il proprio contatto con la terra, l’uomo non potrà che morire dentro. Ecco perché l’irrequietezza viene meglio spiegata, secondo Chatwin, da coloro che sono costretti in qualche modo all’immobilità. Il viaggio è fuga dalla realtà, e stavolta, più precisamente, davvero fuga dall’inquietudine del vivere. Il viaggio, o il nomadismo, quale che sia il termine che si scelga di utilizzare, diventa, in Chatwin, momento di ricerca. Da questo punto di vista il nomadismo assume un valore simbolico che non si limita al significato religioso o alla ricerca di certe verità che non sono rintracciabili nelle società stanziali: diventa un momento di crescita interiore, di esperienza e di maturazione. Viaggio spirituale dunque, viaggio religioso, ma anche e soprattutto viaggio di formazione. Tutte queste sembrano essere le caratteristiche che possono, da questo momento in poi, attribuirsi alla tradizione dei popoli nomadici. Naturalmente la spiegazione del nomadismo in questi termini, soprattutto nell’ultimo caso, quello cioè del viaggio come ricerca, implica un’ulteriore attribuzione di tematiche occidentali al mondo dell’altro. Lo stile di vita povero delle società nomadiche fornisce, a chi proviene da una ricca società stanziale, l’illusione di un ritorno ad uno stile di vita, se non “primitivo”, quantomeno “naturale”. Le qualità negative che fin dal passato erano da sempre state associate alle società viaggianti vengono non solo idealizzate e quindi rivalutate, ma anche trasformate in virtù positive. La povertà del nomade diventa simbolo di semplicità di costumi; il suo non avere legami con la terra natia appare una forma di ascetismo, il suo essere sempre in viaggio quasi una purificazione che si realizza in una rinuncia all’accumulo di beni materiali, tipico delle società stanziali. Il mondo australiano diventa, in questo modo, una sorta di tabula rasa sopra la quale ogni verità è ancora da scrivere. Estrapolando solo parzialmente la verità della cultura nomadica aborigena, senza peraltro fornire un’adeguata spiegazione della mitologia, o del concetto di Tempo del Sogno, diventa possibile imprimere sull’altro il proprio punto di vista. Gran parte del valore spirituale che l’autore attribuisce agli aborigeni deriva da quel suo atteggiamento così fortemente esotico che lo porta a sentirsi anch’egli, in parte, nomade sulla terra. La spiritualità che egli sente nell’altro, perciò, non può che essere la sua. Il senso di libertà, la maturazione morale indotta dal viaggio, sono sentimenti suoi che egli deve necessariamente proiettare nell’altro al fine di poterne dare una rappresentazione che sia, o che almeno appaia, oggettiva. Accanto a Chatwin, il quale è comunque portatore di un’ottica europea e dunque eurocentrica, troviamo un altro testo che pure ha ottenuto un grande successo di pubblico in Italia: La riva fatale di Robert Hughes pubblicato per la prima volta nel 1986. Robert Hughes sottolinea, nel suo testo, le dicotomie culturali di un’intera nazione, contraddizioni che nascono inevitabilmente dalla difficile convivenza tra una cultura antichissima come quella aborigena e l’accettazione, ancora più problematica, della propria storia nazionale, legata all’esilio dalla madre patria inglese. All’interno de La riva fatale gli aborigeni scompaiono quasi, per lasciare spazio alla celebrazione della “storia australiana”. The Fatal Shore [traduzione italiana La riva fatale] è un titolo che l’autore trae dal verso di una famosa ballata che risale alla tradizione orale dei forzati, e che ha come argomento la deportazione nella Terra di Van Diemen (oggi meglio conosciuta con il nome di Tasmania). Naturalmente, la scelta di un titolo del genere non implica necessariamente una limitazione della narrazione degli eventi alla sola Tasmania, poiché l’autore intende dare uno sguardo complessivo all’intero continente australe, com’è sottolineato dal sottotitolo del libro stesso: The Epic of Australia’s Founding [L’epopea della fondazione dell’Australia]. Quello che ci viene invece qui rivelato è la vera identità dei protagonisti del libro, il che equivale a chiarire meglio un primo interrogativo posto dal titolo stesso, ossia a chi questa riva fu effettivamente fatale. Un punto essenziale di questa discussione riguarderà la necessità di stabilire se l’autore si stia riferendo agli occidentali bianchi sbarcati in Australia in qualità di prigionieri – agli occhi dei quali l’immenso continente sconosciuto e ostile rappresentava una sorta di prova di sopravvivenza, il superamento della quale avrebbe condotto alla nascita di una nuova identità culturale, non più inglese ma totalmente “australiana” – o agli aborigeni – per i quali l’incontro con gli occidentali diventa simbolo della tragedia storica della loro cultura indigena. In realtà, il fatto stesso che il titolo sia stato tratto da una ballata, ossia da una tipologia musicale chiaramente europea, e che il testo di quest’ultima, peraltro interamente riportato all’interno del libro, si possa far risalire al tempo della deportazione dei criminali inglesi, ci dice già due cose: innanzitutto, che ci troviamo in un àmbito tutto occidentale, e in secondo luogo, che saranno proprio i forzati, con le loro vite che si trasformano in vere avventure, ad essere i protagonisti effettivi del testo. Altre informazioni di questo tipo giungono naturalmente dal sottotitolo del libro, ed in particolar modo da un elemento sul quale sarà essenziale soffermarsi, ossia la parola Epic. Utilizzando un termine come questo, Hughes si ricollega ad un genere letterario non solo “classico”, ma anche tradizionalmente considerato, in termini di critica letteraria, un genere “alto”. La forma epica in senso stretto è rappresentata da opere come l’Iliade, l’Odissea, l’Eneide, ecc., ossia dai grandi poemi in versi. In particolare, l’epica tratta di gesta pubbliche e di eventi che coinvolgono l’intera collettività. Nell’epica l’eroe è il rappresentante culturale di un intero popolo: i suoi valori si identificano con quelli della comunità di cui egli stesso è rappresentante. L’epica racconta di imprese collettive, mitiche, di fatti storici o storico – leggendari: essa racconta per celebrare e non per informare. Michail Bachtin, famoso critico e teorico della letteratura, sottolinea come il mondo epico sia un mondo separato dal presente da una distanza sia cronologica che assiologica (in termini di giudizio di valore); nello specifico, il giudizio di valore è a favore del passato, il quale è diverso dal presente ma in senso positivo. Dunque, quando Hughes parla di epopea, riferendosi alla fondazione dell’Australia, evidentemente non fa altro che esporre proprio l’idea chiave che sottende l’intera stesura del testo: restituire dignità alla storia australiana, una storia che troppo spesso in passato, è stata messa da parte poiché percepita come vergognosa, una storia che dunque egli vorrebbe poter restituire al suo pubblico vestita di una nuova dignità culturale. Naturalmente, per poter fare questo, Hughes deve fare un salto all’indietro nel tempo, e nello spazio, per raccontare prima la storia dell’Inghilterra georgiana, fino poi a raggiungere, attraverso i vari resoconti di viaggio, il nuovissimo continente, dove gli sarà possibile seguire più da vicino le vicende dei forzati, i quali vengono, per certi versi, presentati quasi come vittime del sistema. In questo scenario non potevano mancare gli aborigeni, i quali giocano un ruolo fondamentale all’interno del testo: essi rappresentano l’alter ego dei criminali bianchi, e – insieme con la natura ostile da un lato, e il malfunzionamento del sistema penale dall’altro – essi impersonano uno dei tanti ostacoli che i nostri “protagonisti” devono superare, al fine di poter giungere ad una nuova e più matura coscienza storica. Se allora la storia del nuovissimo continente, in quanto nata sulle vicende di una colonia di criminali e di reietti, era stata finora dolorosamente rimossa dalle coscienze degli australiani moderni, qui essa diventa finalmente motivo portante di un’opera letteraria. Molto di più, essa si innalza addirittura a vero e proprio argomento epico. Nella sua descrizione degli eventi Hughes usa tutto il materiale a propria disposizione per far risaltare il carattere avventuroso dello sbarco sulla riva fatale. Troviamo allora innanzitutto un antefatto, costituito dalla necessità da parte degli inglesi di liberarsi del grandissimo numero di criminali che affollavano le prigioni del paese, tant’è che numerose pagine sono dedicate alla descrizione del sistema legislativo britannico. Segue poi la drammatica descrizione della partenza di questi prigionieri i quali, al pari degli eroi epici, devono allontanarsi dai loro affetti più cari per andare in terre straniere (magari proprio per colonizzarle). Infine abbiamo il momento dell’arrivo, seguito dall’impatto prima con l’ambiente e poi con l’altro. L’unica parte che sembrerebbe mancare è il momento del ritorno in patria e, dunque, la gloria da riscuotere come ricompensa finale per la felice conclusione dell’impresa epica. Qui, tuttavia, l’assenza del ritorno è già di per sé momento di gloria, perché implica la felice riuscita della colonizzazione dell’uomo bianco, il quale, ancora una volta, ha sfidato la natura ed è riuscito a dominarla. L’immagine dell’Australia che si ricava dal testo appare dunque legata ad una rappresentazione quasi classica del mito dell’avventura pionieristica. Gli stereotipi presenti nel testo, d’altronde, sono quelli che ancora oggi vengono considerati alla base della tipologia australiana, ed infatti ne ritroviamo numerosi esempi: 1. La figura dell’“onesto criminale” – che abbiamo già visto precedentemente – secondo la quale la maggior parte dei deportati in Australia sarebbe stata costituita da piccoli delinquenti vittime del sistema penale e non da pericolosi assassini. 2. Il mito dei “bushrangers”, in base al quale gli evasi dalle prigioni coloniali si trasformavano, nell’immaginario collettivo, in poetici Robin Hoods. 3. Il “mateship”: valore tutto maschile che presumeva alla sua base un rapporto difedeltà e amicizia assoluta con il proprio “mate” (compagno). 4. Il “bush”: ambientazione tipicamente australiana in cui il dominio della natura risulta più evidente, ma anche il luogo che vede l’uomo occidentale lottare contro l’ostilità del territorio, una lotta che forgerà il suo carattere avventuroso e diverrà simbolo della vita australiana, intesa come un’esistenza condizionata dalla lotta per la sopravvivenza. Certamente lo stereotipo dell’australiano duro, competitivo, resistente, avventuroso, ha fatto, e fa ancora parte, dell’immaginario collettivo dell’intero paese. Proprio per questo Hughes naturalmente non può fare a meno di notarlo, e d’altronde egli stesso cerca di costruire l’immagine dei deportati come onesti cittadini sui quali l’oppressione e i soprusi hanno avuto l’effetto di indurirne il carattere e l’indole. Da questo punto di vista, l’immagine leggendaria che nasce dallo stereotipo si presenta come un elemento fondamentale poiché fornisce un mito del sé che permette agli australiani di avere maggiore fiducia nel proprio passato. Sebbene si tratti sempre di una serie di immagini fortemente idealizzate, esse raccolgono in sé una serie di valori positivi che permettono al popolo australiano di avere, per la prima volta nella sua difficile storia, una rappresentazione positiva del proprio passato verso cui poter guardare con orgoglio. Hughes sostiene lo stereotipo, eppure allo stesso tempo lo attacca. La poesia del bush, del mate o del bushranger, secondo Hughes, sorge nel momento in cui si cerca di rinnegare il proprio passato storico. Sebbene Hughes non neghi lo stereotipo, egli cerca senz’altro di sminuirne il valore culturale: restituire dignità alla storia dell’Australia, significa rivalutare il passato del paese sulla base di fatti storici veri e propri e non su immagini nate dalla fantasia popolare – le quali pur avendo un loro valore culturale possono essere facilmente contestate sul piano della credibilità storica. L’atteggiamento degli australiani moderni nei confronti degli aborigeni, a partire dalla fine del periodo coloniale in poi, è stato spesso definito di tipo “paternalistico”. In questo senso, quella che avrebbe dovuto essere l’integrazione delle popolazioni aborigene all’interno della comunità bianca è stata pressoché sostituita da un processo di assimilazione forzata ai valori occidentali. Spesso tuttavia l’unico esempio in cui gli aborigeni vengono descritti in maniera positiva è quando si parla di loro in termini di capacità di sopravvivenza. L’aspetto religioso, sociale o quello tecnologico vengono invece messi da parte, o comunque sempre posti in relazione al contemporaneo stadio evolutivo dell’uomo occidentale bianco. La presenza di uno stereotipo dell’“australianità”, non può comunque considerarsi un elemento del passato, tanto che è possibile ritrovarlo anche in certa parte della produzione letteraria australiana moderna e contemporanea. In Pic-nic ad Hanging Rock, romanzo di Joan Lindsay scritto nel 1967 da cui Peter Weir ha tratto, nel 1975, il più famoso film omonimo, i valori del mondo occidentale vengono messi direttamente a confronto con quelli del mondo aborigeno, e sebbene l’incontro con l’alterità non avvenga mai in maniera diretta – gli aborigeni non vengono mai mostrati all’interno del testo filmico – la loro presenza è di fatto molto forte e la loro misteriosità assume per certi versi un valore assolutamente negativo. La misteriosità dell’altro diventa espressione della sua pericolosità in contrapposizione alla purezza delle ragazze inglesi del collegio, le quali pagano con la morte la loro intrusione nel territorio altrui. Nell’àmbito del panorama letterario australiano contemporaneo è possibile tuttavia rintracciare anche un diverso tipo di atteggiamento. Parliamo cioè della produzione che nasce dal mondo aborigeno stesso. I testi che possono essere elencati non sono purtroppo moltissimi: la produzione letteraria aborigena appare piuttosto scarsa e si compone per lo più di raccolte di canti e racconti che provengono dalla tradizione del passato. Tra i testi che tuttavia presentano alcuni aspetti innovativi troviamo quello della scrittrice aborigena Sally Morgan autrice di La mia Australia. Pubblicato per la prima volta nel 1987 – dunque contemporaneamente ai testi di Hughes e Chatwin – il libro presenta un punto vista assolutamente diverso rispetto a quello delle altre due opere. Pur essendo nata, come Hughes, in Australia, la Morgan offre per la prima volta un punto di vista altro. Non dunque una voce bianca e anglosassone, ma una aborigena che guarda alla storia della sua famiglia e quella del suo popolo. L’immagine che scaturisce è quella di un mondo aborigeno schiacciato e calpestato nella sua dignità. Intorno agli anni ’30 gli aborigeni sopravvissuti all’arrivo degli occidentali vennero riuniti ai confini della città e all’interno di missioni o di riserve. Nel 1939 Il Dipartimento per gli Affari Aborigeni avanzò una proposta di legge che prevedeva il raggruppamento degli aborigeni “propriamente detti” nelle riserve, e l’assorbimento dei “mezzo sangue” all’interno della comunità bianca. Tale operazione trovava una propria logica nel tentativo di condannare a una sorta di estinzione programmata coloro che non avessero avuto almeno una parte di sangue bianco nelle proprie vene. Nel 1951 una conferenza del Ministero degli Affari Aborigeni approvò definitivamente la legge sull’Assimilazione, il cui fine era garantire l’integrazione di tutti i nativi. Come conseguenza diretta dell’applicazione di tale legge, i diritti al lavoro e alla proprietà degli aborigeni vennero fortemente limitati, mentre venne dato allo Stato pieno potere di togliere i bambini alle famiglie di origine nel caso in cui fosse sorto il sospetto che il padre non fosse stato anch’egli aborigeno. Migliaia di bambini vennero separati dal proprio gruppo per essere inseriti in istituti di accoglienza o a all’interno di famiglie adottive bianche. La politica di assimilazione degli anni ’60 vincolò ulteriormente i diritti aborigeni, tanto che il governo finì con l’avere un controllo pressoché totale sulla vita di queste persone. L’idea portante di questo esperimento era che gli aborigeni si sarebbero gradualmente abituati agli stili di vita europei fino a favorirne l’assorbimento all’interno del modello socio-economico occidentale. La cittadinanza venne finalmente concessa ai nativi australiani nel 1967, in seguito ad un referendum votato esclusivamente da non-aborigeni. Il passaggio dalla non consapevolezza del proprio passato culturale ad una presa di coscienza della propria aboriginalità, si realizza, nel testo della Morgan, non tanto in un’accusa diretta al mondo dei bianchi, quanto in una presa di coscienza del dolore proprio e di quello dell’intero popolo aborigeno. Salvare la propria identità significa poter finalmente dichiarare l’indipendenza dal retaggio culturale occidentale. La cultura aborigena viene, infatti, spogliata qui dei tratti negativi legati ad un’interpretazione eurocentrica degli eventi storici. Ritrovare la propria identità culturale e affrontare il passato è uscire fortificati dal processo di conoscenza del dolore, ed equivale a valorizzare l’identità di un intero popolo. Il fatto che alla fine del Novecento una donna australiana rivendichi le proprie origini aborigene ed anzi si faccia portatrice dei valori della sua gente diventa un punto di arrivo assai significativo all’interno di questa ricerca. Il fatto che il governo liberale si sia rifiutato di formalizzare le proprie scuse alla popolazione aborigena in seguito agli eventi legati alla “Stolen generation” dimostra come la questione aborigena sia tuttora irrisolta. All’interno dell’edizione di aprile 2000 della rivista di geopolitica Limes, sono stati raccolti una serie di articoli che sviluppano, tra le altre cose, anche la questione aborigena. L’Australia sta attraversando, in questo periodo, una fase di profonda trasformazione culturale all’interno della quale i problemi legati ai rapporti con la comunità nativa rimangono aperti. Resta da analizzare l’interesse del pubblico occidentale nei confronti di una cultura così diversa. È possibile che la curiosità nei confronti del mondo religioso, artistico e culturale degli aborigeni australiani si ricolleghi davvero solo ad una tendenza temporanea e passeggera legata ad una sorta di “moda culturale”. È possibile anche che l’esotismo dell’altro diventi, in quest’ottica, simbolo dell’irresistibile richiamo della diversità. Eppure lo scopo di questa ricerca non è quello di analizzare la genuinità o la qualità di questo interesse, quanto quello di dimostrarne l’esistenza. E le prove di una certa attenzione nei confronti dell’Australia vengono proprio dal numero, inaspettatamente elevato, di testi di letteratura e saggistica disponibili in traduzione, di articoli, pubblicazioni, conferenze e testi filmici che hanno ispirato e attratto un pubblico evidentemente vasto e aperto a nuove esperienze culturali.
|
|
Per problemi o domande su questo sito Web contattare Diego Lazzarich. Ultimo aggiornamento: 01-06-05. |